martedì 21 aprile 2009

Finestra n.51

ANSEL ADAMS

BBC Master Photographer - 4 of 6 part series - Ansel Adams - 1983
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PBS American Experince - Ansel Adams a documentary film - 2002

lunedì 20 aprile 2009

Una spolverata a qualcosa di vecchio

Le persone viaggiano per stupirsi delle montagne, dei fiumi, delle stelle... e passano accanto a se stesse senza meravigliarsi.
Sant'Agostino


Un paio di foto notturne con tanto di luna e stelle. Marzo 2007, Monte Linguaro. Scattate con Fuji S7000z

sabato 18 aprile 2009

Un mazzolin di fiori per la flaca!

Il più bello dei mari è quello che non navigammo. Il più bello dei nostri figli non è ancora cresciuto. I più belli dei nostri giorni non li abbiamo ancora vissuti. E quello che vorrei dirti di più bello non te l'ho ancora detto.
Nazim Hikmet, "Lettere dal carcere a Munevver"

venerdì 17 aprile 2009

Finestra n.50

"...l’affermazione più drammatica e riassuntiva la fa Allen Roses, vicepresidente della linea genetica della Glaxo, quando afferma che «la stragrande maggioranza dei farmaci — più del 90% — funziona solo nel 30-50% degli individui». Consiglierei di rileggere con molta lentezza l’affermazione qui esposta e di fare una pausa riflessiva. Credo che per qualsiasi umano di senno sia una pausa veramente devastante..."

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[...] dal 2001 sono morte 2.996 persone a causa del terrorismo negli Stati Uniti, tutte negli attentati dell’11 settembre. Nello stesso periodo, 490mila persone hanno perso la vita a causa dell’utilizzo di farmaci, senza considerare lo scandalo Vioxx; ciò significa che i farmaci negli USA sono almeno del 16.400 percento più letali del terrorismo. E ribadiamo, si tratta di stime per difetto. Un numero più realistico, includendo nell’analisi anche i medicinali venduti senza prescrizione medica, rende il consumo di farmaci del 32.000 percento più mortale del terrorismo. Ma la prospettiva fornita da “Death by Medicine” è anche più ampia: questa percentuale arriva fino al 104.700 se consideriamo anche la medicina tradizionale (e quindi gli errori medici, gli interventi chirurgici non necessari ecc.).

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Classifica delle prime tre cause di morte negli States, con i rispettivi dati:
1) Malattie cardiovascolari: 869.724 morti :
American Heart Association, “Cardiovascular disease”,
http://www.americanheart.org/presenter.jhtml?identifier=4478
2) Tumori: 559.000 morti :
American Cancer Society, anno 2007, www.cancer.org
3) Medici: 250.000 morti : Journal of the American Medical Association (JAMA, nr. 284 del 26 luglio 2000)

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Dr Thomas Szasz on Psychiatry



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Truth About Antidepressants & Chemical Imbalance, Psychology

Is depression really a chemical imbalance and how do antidepressants work? Do SSRIs really correct a brain chemical problem with serotonin? Is there a depression test to check neurotransmitters? Despite big pharma ads and psychiatry theory, find out the truth about antidepressant drugs.



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Big Bucks Big Pharma

Big Bucks, Big Pharma pulls back the curtain on the multi-billion dollar pharmaceutical industry to expose the insidious ways that illness is used, manipulated, and in some instances created, for capital gain. Focusing on the industry's marketing practices, media scholars and health professionals help viewers understand the ways in which Direct-To-Consumer pharmaceutical advertising glamorizes and normalizes the use of prescription medication, and works in tandem with promotion to doctors. Combined, these industry practices shape how both patients and doctors understand and relate to disease and treatment. Ultimately, Big Bucks, Big Pharma challenges us to ask important questions about the consequences of relying on a for-profit industry for our health and well-being. Featuring interviews with Dr. Marcia Angell (Dept. of Social Medicine, Harvard Medical School; Former Editor New England Journal of Medicine), Dr. Bob Goodman (Columbia University Medical Center; Founder, No Free Lunch), Gene Carbona (Former Pharmaceutical Industry Insider and Current Executive Director of Sales, The Medical Letter), Katharine Greider (Journalist; Author, The Big Fix: How the Pharmaceutical Industry Rips Off American Consumers,), Dr. Elizabeth Preston (Dept. of Communication, Westfield State College), and Dr. Larry Sasich (Public Citizen Health Research Group)



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Making of a killing - The Untold Story of Psychotropic Drugging

“Psychotropic drugs. It’s the story of big money–drugs that fuel a $330 billion psychiatric industry, without a single cure. The cost in human terms is even greater–these drugs now kill an estimated 42,000 people every year. And the death count keeps rising. Containing more than 175 interviews with lawyers, mental health experts, the families of victims and the survivors themselves, this riveting documentary rips the mask off psychotropic drugging and exposes a brutal but well-entrenched money-making machine.” psychdrugs



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l’Unità 10.3.08
Le riviste scientifiche chiedono che tutti i dati dei trials siano pubblici. Solo così si può scoprire se un farmaco non funziona, come è avvenuto col Prozac
Sperimentazioni cliniche: la doppia faccia della trasparenza
di Pietro Greco

Più trasparenza, nella ricerca biomedica e, in particolare, nelle indagini cliniche (trials) che servono per sperimentare l’efficacia e la sicurezza dei farmaci. Lo hanno chiesto nei giorni scorsi le due più importanti riviste scientifiche del mondo, l’americana Science e l’inglese Nature. Ma lo ha chiesto di recente anche il Congresso degli Stati Uniti, con una legge - la FDA Amendments Act del 27 settembre 2007 - che impone la costituzione di un archivio pubblico e completo di tutti i risultati ottenuti da tutti i trials clinici.
Che il problema sia attuale, lo dimostra la recente pubblicazione su PlosMedicine di un’indagine - una metaanalisi, come si dice in gergo - sull’efficacia di alcuni farmaci antidepressivi. La notizia non consiste solo nel fatto, rilevante, che Irving Kirsch, dell’università di Hull, e il suo team, studiando i risultati di 35 diversi trials clinici hanno trovato che questi farmaci mostrano spesso un’efficacia non molto superiore a quella di un placebo. Ma anche nel fatto che per realizzare quest'indagine e accedere a tutte le informazioni in possesso della Food and Drug Administration degli Stati Uniti, Kirsch e i suoi colleghi hanno dovuto fare appello al Freedom of Information Act, che negli Usa impone, appunto, la trasparenza degli atti pubblici.
Grazie a questa legge Kirsch e i suoi colleghi hanno potuto studiare anche i risultati di trials clinici che avevano dimostrato l’inefficacia di alcuni antidepressivi e che, per questo, non erano mai stati pubblicati. Una prassi tutt’altro che rara. Secondo un recente studio - «Selective Publication of Antidepressant Trials and Its Influence on Apparent Efficacy» pubblicato il 17 gennaio scorso sul New England Journal of Medicine da un gruppo guidato dal Erick H. Turner della Orgenon University - il 30% degli studi clinici effettuati su 12 antidepressivi sono stati di fatto secretati e i risultati mai resi pubblici. Ciò è possibile anche perché molti trials effettuati non sono pubblicamente registrati.
Il problema non riguarda solo gli antidepressivi. È molto più generale. Se è vero che è bastata una semplice regola imposta a partire dal settembre 2005 dalle riviste scientifiche agli autori - puoi pubblicare solo se il trials da cui hai ricavato i dati è pubblicamente registrato - per far aumentare del 73% il numero di indagini cliniche registrate in tutto il mondo. In un solo mese nei soli Stati Uniti i trials clinici registrati sono passati da 13.153 a 22.714. E oggi in 153 diversi paesi del mondo ne sono registrati 53.000.
Molti - dall’Organizzazione Mondiale di sanità agli Nih degli Stati Uniti - stanno organizzando database completi sui trials clinici. Ma, naturalmente, non basta registrare che una sperimentazione è in corso e rendere pubblico il dato. Occorre che tutto il processo dei trials sia trasparente, in ogni e ciascuna sua fase, dal protocollo dell’indagine fino, appunto, ai risultati.
Non tutti sono d’accordo. A iniziare, naturalmente, dalle aziende farmaceutiche che nella trasparenza assoluta vedono minato il diritto alla proprietà intellettuale e alla loro capacità competitiva. Tuttavia, come rilevano Deborah A. Zarin and Tony Tse in un articolo su Science, in questo caso il legittimo interesse commerciale confligge con un interesse superiore, l’interesse alla salute. Sia la salute dei volontari che partecipano ai trials clinici, che mettono in gioco la propria salute e hanno, quindi, diritto a conoscere tutto intorno al rischio che corrono. Sia, più in generale, la salute di noi tutti, pazienti attuali o potenziali. Che può essere minacciata dalla mancata pubblicazione sull’efficacia e la sicurezza di un farmaco.
In conclusione: non c’è dubbio alcuno, occorre la massima trasparenza nella ricerca biomedica e, in particolare, nella sperimentazione dei farmaci.
Ma massima trasparenza significa trasparenza assoluta? Non affrettatevi a rispondere. Prendiamo in esame il caso, attuale, della Pfizer - la più grande azienda farmaceutica del mondo - che ha trascinato in tribunale proprio il New England Journal of Medicine perché, nell’ambito di una strategia a tutela di alcuni suoi prodotti, vuole conoscere il nome di tutti i peer reviewers (gli esperti volontari e anonimi che sottopongono un articolo scientifico ad analisi critica prima della sua pubblicazione), di tutte le procedure editoriali interne della rivista e tutti i manoscritti ricevuti relativi a due suoi farmaci, il Bextra e il Vioxx, piuttosto criticati ultimamente. A parte la situazione bizzarra - per cui in questo caso è un’azienda farmaceutica a chiedere la massima trasparenza - se il magistrato dovesse accogliere la richiesta, l’intero sistema della peer review - ovvero della comunicazione scientifica - verrebbe minato. Il che dimostra che la trasparenza deve essere un mezzo ma non il fine. Il fine, in medicina, è uno solo: la migliore tutela possibile della salute dei cittadini. Garantita, anche, dall’autonomia della scienza (autonomia dalla politica, dalla religione e dall’economia) e dalle sue prassi sociali.

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Dimensione dell’effetto placebo

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore
Ultimo aggiornamento: 02/06/2007 11.56.11
yahoo italia : salute professional

I miglioramenti registrabili nei pazienti placebo-trattati, che sono fuori discussione, risultano meglio documentati riguardo i sintomi accusati dal paziente, mentre i dati relativi alle modificazioni di parametri oggettivi, quali una lesione anatomica, un ECG o un dato di laboratorio sono meno numerosi e meno perentori. A prescindere da questo aspetto, è opinione diffusa (e corretta) che l’effetto placebo abbia una dimensione diversa a seconda delle diverse situazioni patologiche. Altrettanto diffusa (ma non del tutto corretta) è l’opinione che a rispondere meglio al placebo siano gli ansiosi, i depressi, gli ipersensibili (e per qualcuno ancor più i malati immaginari, gli isterici, gli ingenui, i poco intelligenti, i “poveri di spirito”). Non è quindi un caso che la mole di studi e di pubblicazioni sul placebo risulti particolarmente cospicua proprio in soggetti con disturbi di natura psicosomatica o psichiatrica. Ma le cose non stanno così o, quanto meno, non stanno esattamente così.

Nel 1955 Henry Beecher, ricercatore dell’Università di Harvard, tentava di definire quale potesse essere l’effetto medio del placebo in una serie di patologie spesso caratterizzate dalla presenza di dolore di varia natura e localizzazione (cefalea, dolore anginoso, artrite, mal di stomaco), e/o da significativa reazione emozionale.1 Utilizzando un innovativo metodo biostatistico di valutazione (proto-meta-analisi) proposto una decina di anni prima2 che gli consentiva di ‘sintetizzare’ i dati di 15 studi clinici per un totale di 1082 pazienti, Beecher pubblicava un lavoro ormai classico dal titolo “The powerful placebo” (“Il potente placebo”) sull’importante JAMA, rivista dell’Associazione Medica Americana. L’effetto placebo medio trovato da Beecher risultava del 35±2,2 per cento. In altre parole dal 31 al 37 per cento dei pazienti vedrebbe migliorare mediamente i propri disturbi dopo l’assunzione di quella sostanza farmacologicamente inattiva (ma terapeuticamente non inefficace) che è il placebo. Nello stesso articolo l’Autore sottolineava esplicitamente che i benefici dei pazienti trattati non sono solo soggettivi, psicologici, ma anche oggettivi, fisici, simili a quelli prodotti da un farmaco ‘vero’ dotato di attività specifica. Ciò suggeriva ‘automaticamente’ che nell’effetto globale di un farmaco attivo è incluso anche il suo aspecifico effetto placebo. Più chiaramente, l’efficacia complessiva di un farmaco attivo è la somma del suo intrinseco effetto placebo (quello che eserciterebbe se anche non fosse un composto attivo) e del suo specifico effetto farmacologico. L’effetto placebo medio ci dà comunque un’informazione alquanto grossolana, risentendo intanto del limite che la media statistica ha, come ci ha insegnato anche Trilussa con la faccenda del “un pollo a testa”, quando invece Tizio restava a secco e Caio se ne mangiava due. Una seconda considerazione, che attenua il valore assoluto della media anche nel contesto di una specifica situazione patologica è che l’effetto placebo è capriccioso,3 e in misura talora veramente stupefacente (da 0 a 100 in studi comparativi con un identico farmaco!).4,5 Alla base di questa capricciosità vi è una serie di circostanze (tipo di paziente e di malattia, figura del medico, rapporto medico-paziente, ambiente di cura e via dicendo). Inoltre, uno stesso individuo può rispondere al placebo diversamente in tempi diversi.1 La variabilità dell’effetto placebo risulta sensibilmente influenzata nella pratica clinica anche dall’esito di eventuali trattamenti subiti in precedenza dai pazienti. I risultati ottenuti in uno studio su 173 pazienti con osteoartrite o con artrite reumatoide trattati con placebo per dolori muscoloarticolari6 sono al riguardo molto eloquenti (tabella 2).

Tabella 2. Scomparsa dei sintomi in pazienti trattati con placebo a seconda dell’esito della precedente terapia



I dati della tabella 3 confermano in modo chiaro che la risposta al placebo è influenzata sia dall’esito del trattamento ricevuto in precedenza che dal tipo di patologia (che nel caso specifico dell’osteoartrite e dell’artrite reumatoide è di natura tutt’altro che ‘psicosomatica’). La risposta migliore in ambedue le malattie si ha infatti quando il trattamento precedente si è dimostrato efficace, e tanto più evidente è la risposta al placebo quanto più l’efficacia della terapia pregressa è rapida, registrabile già dopo solo sette giorni di trattamento.

Tabella 3. Percentuale media di miglioramento in pazienti trattati con placebo


La risposta peggiore, che nel caso dell’artrite reumatica è "nessuna risposta", la si osserva invece quando la terapia pregressa è stata del tutto inefficace. La spiegazione più ragionevole è che i pazienti siano condizionati dalla terapia ricevuta in precedenza e si aspettino quindi un risultato simile dal trattamento che stanno ricevendo in quel momento, cioè il placebo. I dati confermano anche, se ce ne fosse stato bisogno, che anche le malattie organiche hanno una componente psicosomatica, nell’accezione più generica di questo termine. È d’altronde esperienza di tutti come, anche in presenza di un dolore ‘inequivocabile’ quale il mal di denti o il mal di testa, si abbia un’attenuazione dello stesso se si è distratti da un lavoro che si deve obbligatoriamente fare, da un esame da sostenere, dalla necessità di affrontare una situazione di emergenza. Non meno spiccata è la variabilità dell’effetto placebo registrabile negli studi clinici controllati, una variabilità che risulta sia geografica sia temporale.

Bibliografia

1. Beecher HK. The powerful placebo. JAMA 1955; 159: 1602-1606.
2. Conference on therapy. The use of placebos in therapy. NEJM 1946;17:722-727.
3. Liberman RP. The elusive placebo reactor. Neuropsychopharm 1967;5:557-566.
4. Joyce CRB. Placebos and other comparative treaments. Br J Clin Pharmachol 1982;13:313-318.
5. Moerman DE. General medical effectiveness and human biology: Placebo effects in the treatment of ulcer disease. Med Antropol 1983;14:13-16.
6. Batterman RC, Lower WR. Placebo responsiveness; The influence of previous therapy. Current Therap Res 1968;10:136-143.

Check 6

Primo tentativo col nuovo telecomando e con Virtual Dub
Luogo: Petriolo (MC)

giovedì 16 aprile 2009

Autoscatto del lavandino

Ho interrogato la mia ragione; le ho domandato che cosa essa sia: questa domanda l'ha sempre confusa.
Voltaire
Il filosofo ignorante, Rusconi, Milano, 1996, p. 55.

mercoledì 15 aprile 2009

A spasso con Ele: take 3

Chi è normale non ha molta fantasia.
Edoardo Bennato

domenica 12 aprile 2009

Prove tecniche di filtraggio: Cokin 120+121+121F

[...] and then i read Sigmund Freud and I changed the name to Sickman Freud because he seemed at me a lot bizarre [...]

[...] e poi lessi Sigmund Freud e cambiai il nome in Sickman* Freud perché mi sembrava molto stravagante [...]
Richard Bandler
*gioco di parole: Sick = Malato ; man = uomo

Canfaito: prova 1
Canfaito: prova 2
Elcito

venerdì 10 aprile 2009

A spasso con Ele: take 2

"[..] This attitude is unfortunate because cognitive and perceptual psychology has clearly shown that the old saying, "I'll believe it when it see it," is actually backwards. The saying should be, "I'll see it when I believe it," because we are all biased not to see if we don't believe, or at least have a reason to believe based on theory or prior experience. [...]"
Dean Radin

mercoledì 8 aprile 2009

Le radici del cielo

"I buoni genitori danno ai figli radici e ali. Radici per sapere dove è la loro casa, ali per volare via e mettere in pratica ciò che è stato loro inseganto"
Jonas Salk

Le foto sono state "velvizzate"...

domenica 5 aprile 2009

Prova dei 500!

"Today, a young man on acid realized that all matter is merely energy condensed to a slow vibration — that we are all one consciousness experiencing itself subjectively. There's no such thing as death, life is only a dream, and we're the imagination of ourselves. Here's Tom with the weather."

[Oggi, un giovane uomo sotto l'effetto dell'acido ha capito che tutta la materia è semplicemente energia condensata ad una lenta vibrazione - che tutti noi siamo una coscienza che fa esperienza di se stessa soggetivamente. Non c'è una cosa come la morte, la vita è solo un sogno, e noi siamo l'immagione di noi stessi. Qui è Tom con le condizioni metereologiche.]

Bill Hicks, comico

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"There is another benefit of seeing the world as quantum mechanical: someone who has learned to accept that nothing exists but observation is far ahead of peers who stumble through physics hoping to find out 'what things are'. If we can 'pull a Galileo', and get people believing the truth, they will find physics a breeze.
The Universe is immaterial - mental and spiritual. Live and enjoy."

[C'è un altro beneficio nel vedere il mondo come quanto-meccanico: qualcuno che ha imparato ad accettare che niente esiste tranne l'osservazione è molto più avanti di un pari che incespica attraverso la fisica sperando di scoprire 'cosa sono le cose'. Se noi potessimo 'sfoderare un Galileo', e far credere la verità alle persone, troverebbero la fisica una sciocchezza.
L'Universo è immateriale - mentale e spirituale. Vivi e divertiti.]

Richard Conn Henry è Professore presso il Dipartimento di Fisica e Astronomia Henry A. Rowland , Università Johns Hopkins, Baltimora, Maryland 21218, USA
Nature Vol. 436 July 2005


Il mio vecchio tele 500mm catadiottrico della Zenit con ben oltre 35 anni di età... inizia a vederci male pure esso...